BOZZA DOCUMENTO X PISA

La peculiarità principale e più evidente della condizione transessuale rispetto a quella omosessuale è la visibilità. Al contrario delle questioni relative all'orientamento sessuale, il transessualismo (problematica di identità di genere) è una condizione che non può prescindere dal rendersi pubblica, pena la rinuncia - totale o parziale - della propria scelta. Questa specificità "libera" fin dal principio la persona transessuale dal dilemma - molto comune tra gay e lesbiche -"visibilità/invisibilità" e la pone direttamente e senza via di scampo di fronte al problema del rischio di discriminazione.

La "rivoluzione estetica", che la scelta transessuale comporta come condizione "sine qua non", ha quasi sempre una immediata ricaduta su tutti gli aspetti della vita: affettiva, familiare e lavorativa.

Occupandoci in questa sede specificatamente delle discriminazione sul posto di lavoro, cerchiamo di analizzare dettagliatamente le possibilità in cui tali circostanze possono verificarsi.

Per un'analisi corretta è opportuno fare una prima distinzione tra chi il lavoro deve ancora trovarlo e chi invece lo ha già nel momento in cui inizia la transizione (e di conseguenza la visibilità).

L'età della decisione è infatti piuttosto diversificata e dipende da molte variabili individuali, familiari ed anche economiche. Visto il continuo slittamento in avanti dell'età del "primo impiego" in tutta la UE (e nel mondo occidentale in genere), probabilmente chi inizia a transizionare intorno ai 20 anni è ancora alla ricerca del lavoro, mentre chi inizia il percorso in età più avanzate (30, 40 ma esistono casi di persone anche 50enni) verosimilmente ha già trovato un mezzo lavorativo di sostentamento. Le due situazioni (ricerca di un lavoro e conservazione dello stesso) hanno alcune caratteristiche comuni ed altre anche molto diverse tra loro. Vediamole separatamente.

Per le persone che non hanno ancora un lavoro

Il problema che si trova davanti una persona transessuale alla ricerca del lavoro è una sorta di "comma 22" che potrebbe essere così sintetizzato: " per iniziare a transizionare hai bisogno di un lavoro ma per trovare lavoro hai bisogno di avere completato la tua transizione". Un meccanismo perverso, di fatto inestricabile, che ha come primaria causa leggi nazionali inadeguate alla condizione transessuale. Chi si trova nel percorso di transizione - senza averlo ancora completato - è infatti per la maggior parte delle legislazioni nazionali europee e mondiali in una sorta di "limbo" giuridico. La condizione transessuale è in quanto tale semplicemente non prevista (se non dopo la srs e la riassegnazione giuridica di sesso) e questo costituisce uno dei più importanti nodi da sciogliere. E' ovviamente difficile trovare lavoro fino a che tale condizione legale persiste, ovvero fino a che non sia previsto un adeguamento del proprio nome al proprio genere sessuale scelto.

Legislazioni nazionali a modello di quella tedesca, che prevede anche la cosiddetta "piccola transizione" (ovvero il cambio del nome anagrafico dopo l'avvio delle cure ormonali), potrebbe sicuramente aiutare la persona che, raggiunta con le cure ormonali una certa credibilità nel genere sessuale scelto, cerca lavoro. La possibilità di scegliere di nascondere al futuro datore di lavoro la propria condizione transessuale o comunque il fatto che tale condizione sia prevista dalla legge aiuterebbe sicuramente a sconfiggere l'ostracismo culturale esistente nei confronti della condizione transessuale, in modo particolare se accompagnata anche da una legge anti-discriminazione riguardo l'orientamento e il genere sessuale sul lavoro.

Ovviamente leggi più favorevoli non possono, da sole, costituire una panacea contro tutte le discriminazioni e gli atteggiamenti culturali ostili nei confronti delle persone T* ma indubbiamente permetterebbero una maggiore possibilità di difesa dei propri diritti e di rivalsa giuridica nei confronti di ogni sorta di discriminazione.

C'è anche da tenere presente, nel promuovere iniziative legislative migliorative, che nuove normative avrebbero ricadute sociali favorevoli non solo per le persone T* ma per la società tutta: infatti una delle cause della alta percentuale di prostituzione tra le persone transessuali (m2f) è dovuta proprio alla difficoltà di reperire risorse economiche utili alle spese necessarie alla transizione ed al proprio sostentamento. Prendendo ad esempio una persona m2f che a 20 anni decida di transizionare, che non abbia lavoro e che abbia una famiglia non supportiva alle spalle, nell'attuale situazione legislativa è difficile immaginare per essa un destino diverso dalla prostituzione. Questo dato porta in evidenza un'altra questione che andrebbe affrontata per consentire alle persone T* di vivere la propria condizione senza dovere cedere a compromessi per perseguire i propri scopi: la gratuità delle principali modificazioni dei caratteri sessuali secondari. In Italia per es. (dove comunque esiste una legislazione che offre qualche minima garanzia rispetto ad altri paesi europei) sono a carico del sistema sanitario nazionale solo gli interventi di srs e quello di mastectomia per i transessuali f2m. Mastoplastica e soprattutto la rimozione della barba per le m2f sono invece completamente a carico della persona che intende transizionare. Anche in presenza di una legge che preveda il cambio di nome per le persone in fase di transizione e di una legge anti-discriminazione, diventa difficile per la transessuale m2f nascondere la propria condizione e trovare quindi lavoro più facilmente, se non riesce a reperire precedentemente le risorse finanziarie per rendersi credibile agli occhi altrui (non è poi così semplice nascondere una barba).

In presenza di tutte queste difficoltà è anche comprensibile che ad un certo punto sia la stessa persona T* ad auto-emarginarsi, scegliendo la prostituzione come soluzione sia del problema sostentamento sia delle spese per la propria transizione.

Indubbiamente il fenomeno prostituzione non riguarda i transessuali f2m, soprattutto visto che il mercato del sesso, legato soprattutto agli uomini, non offrirebbe al transessuale f2m l'opportunità di esercitare la prostituzione.

Per motivi culturali sicuramente non condivisibili, la donna che diventa uomo è socialmente più accettabile di un uomo che si "degrada" al livello di donna. Questo fatto la dice lunga su quanti preconcetti ancora esistano nei confronti della condizione femminile nelle nostre società apparentemente liberate dai condizionamenti del maschio come essere superiore. Di conseguenza, risulta molto più difficile e complesso per una transessuale m2f essere accettata non solo nell'ambiente lavorativo ma anche in quello familiare e sociale in genere; questo ovviamente comporta un grande stress psicologico per le persone in questione, che spesso - a differenza degli f2m - si ritrovano emarginate e sole, con l'unica prospettiva di "sistemare" al più presto il proprio corpo in funzione di una migliore accettazione. L'essere inoltre piuttosto ricercata dal punto di vista sessuale contribuisce notevolmente a spingere una giovane transessuale senza lavoro verso l'imbuto stretto della prostituzione al fine di risolvere i propri problemi.

Per le persone che hanno già un lavoro.

Anche per chi ha già una fonte di sostentamento, nel momento in cui decide di transizionare, le cose non sono affatto semplici ed i rischi di discriminazione sono molto alti sia dal punto di vista umano-relazionale, sia da quello relativo alla conservazione del proprio lavoro. Fare accettare ai propri colleghi e all'azienda da cui si dipende (o ai clienti se si ha un lavoro in proprio) un cambiamento di tale portata comporta rischi continui che possono andare dalla semplice emarginazione umana, al compromettere la propria carriera, fino al rischio "licenziamento" (o alla perdita di una considerevole parte dei propri clienti). In questi casi le variabili sono davvero infinite e spesso dipendono dal tipo di lavoro o attività che si svolge, dalle dimensioni dell'Azienda e soprattutto da quanto le proprie mansioni hanno a che fare con l'immagine della stessa (lavoro con il pubblico, per es.). A questo si aggiunga il fatto che la persona transessuale è consapevole che l'inizio della propria transizione comporterà molto probabilmente una riduzione delle proprie prestazioni ed una minore assiduità sul lavoro (visite specialistiche, interventi chirurgici e possibili effetti collaterali delle cure ormonali). Infine non sempre il livello di retribuzione di un lavoro dipendente è tale da permettere di affrontare le spese necessarie alla transizione. Non è difficile immaginare che, nel caso in cui si sommassero l'ostilità dei propri colleghi, l'ostracismo dei propri superiori, la paura della riduzione delle proprie prestazioni e la consapevolezza di non guadagnare sufficientemente per la modificazione dei propri caratteri sessuali primari e secondari, la persona transessuale decida spontaneamente di licenziarsi o abbandonare la propria attività Non sempre e non tutti sono in grado di sopportare una tale pressione in un momento così delicato (che spesso ha altre concomitanti e pesanti conseguenze quali quelle familiari e relazionali). Il rischio della scelta della prostituzione come alternativa è quindi presente e reale anche per quelle persone che apparentemente sembrerebbero più "garantite"

COME RIDURRE IL RISCHIO "DISCRIMINAZIONE"

Il problema della discriminazione pone le proprie fondamenta su questioni sicuramente culturali. Finchè l'immagine della persona transessuale corrisponde a quella della m2f che si prostituisce, sarà difficile riuscire a realizzare l'emancipazione di chi ha deciso di cambiare sesso. Contemporaneamente, fino a che non esisteranno leggi che diano qualche minima garanzia, è altrettanto difficile riuscire a ridurre il fenomeno "prostituzione transessuale" o comunque l'emarginazione dal lavoro e dalla società. Per questo motivo diventa di fondamentale importanza una revisione delle leggi che trattano sia il transessualismo in sé stesso, sia la discriminazione sul posto di lavoro.

Tali nuove legislazioni dovrebbero prevedere sicuramente:

  • la possibilità di cambiare nome anagrafico sui documenti di identità nel momento in cui si iniziano le cure ormonali e si decide di vivere nel genere scelto;
  • una partecipazione dei sistemi sanitari nazionali alle spese relative alle modificazioni dei caratteri sessuali sia primari sia secondari;
  • la possibilità di godere di periodi retribuiti di "aspettativa" (o analoghi) quando si debbano affrontare cure o interventi chirurgici relativi al cambiamento di sesso;
  • dove esistano trattenute aziendali di parti del proprio salario (in Italia ad es. il trattamento di fine rapporto o "liquidazione"), la possibilità di attingere a tali fondi per le spese di transizione;
  • l'obbligo di non discriminare sul lavoro le persone a causa della loro "identità di genere" (e non solo per l'orientamento sessuale, come sta per avvenire in questi giorni in Italia).

Fino a che non esisterà una rete legislativa che da una parte sancisca l'esistenza della condizione transessuale e dall'altra conferisca a tale condizione alcuni diritti elementari, parlare di emancipazione transessuale risulterà esclusivamente un esercizio di accademia dialettica. D'altra parte, affinchè si crei un clima favorevole a tali modificazioni di legge, è di importanza fondamentale che si formi ed organizzi un movimento capace di rivendicare i propri diritti e di sensibilizzare opinione pubblica e autorità politiche.

Genova 20/9/99

Mirella Izzo

Per

Circolo Culturale "Crisalide-Arcitrans" Genova