RASSEGNA STAMPA

Giugno 2005

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30/06/2005 - La Stampa
LA NUOVA DIVINA? E' IL COLONNELLO JIN XING
PARLA IL TRANSESSUALE DANZATORE E COREOGRAFO: L'ESERCITO, L'OPERAZIONE, LA GLORIA
«Solo entrando all'accademia militare potevo studiare e diventare un artista»

BOLOGNA

«A nove anni mi sentivo già una donna prigioniera in un corpo di uomo. Sapevo che dovevo lavorare duro per raggiungere una posizione importante. Volevo diventare famosa. Così la gente si sarebbe concentrata sul mio lavoro e non su di me. Da piccolo sognavo di uscire di notte sotto un temporale ed essere colpito da un fulmine. Perché il fulmine secondo la nostra tradizione può cambiarti completamente».

Quante volte si sono ascoltate simili confessioni da un transessuale? A pronunciarle, però, questa volta è l'ex colonnello dell'esercito popolare cinese Jin Xing, che nel 1984 fu proclamato il migliore ballerino della Cina e oggi è la regina della danza contemporanea a Shanghai. Sabato e domenica prossima sarà ai Teatri di Vita di Bologna con la sua compagnia, lo Jin Xing Dance Theatre, e lo spettacolo «Shanghai Tango».

Con lei non soltanto la danza contemporanea diventa per forza un evento mediatico, ma grazie alla sua tenacia e alla volontà di cambiare sesso in un ospedale di Pechino, la Cina sdogana il transgenderismo.

Nasce a Shenyang in Manciuria da una famiglia di origine coreana nel 1967, Jin Xing. «A cinque anni provai il brivido del primo applauso a una recita scolastica. A nove anni entrai all'accademia militare perché era l'unico modo per studiare danza e diventare un artista» racconta Jin Xing che oggi è una bella donna dai lunghi capelli neri e lisci.

«Ho dovuto lottare con la mia famiglia per studiare danza. Mio padre era un militare, funzionario dei servizi segreti» ricorda Jin Xing.

«L'esercito è ancora l'unico modo per affrontare gratuitamente studi artistici. Ogni anno più di 3000 ragazzi sugli undici, dodici anni chiedono di essere ammessi. Jin Xing capimmo subito che era un tipo speciale» ricordano oggi con orgoglio i suoi insegnanti nel bel documentario «Il colonnello Jin Xing» realizzato da Sylvie Levey per la Sunset Press, trasmesso le settimane scorse dal canale satellitare Planet e venerdì sera in programma ai Teatri di Vita dove Eva Robin's intervisterà Jin Xing.

All'accademia militare il giovane danzatore vince già i primi concorsi. Gli ex insegnanti mostrano con soddisfazione il video dove interpreta un assolo folk e virtuosistico: la danza musulmana. Si diploma con il grado di colonnello dell'esercito popolare. Nel 1984 vince il concorso di migliore danzatore cinese. «Eravamo tantissimi a concorrere, ma dovevo arrivare primo ad ogni costo, perché soltanto così avrei avuto la borsa di studio per l'America. Così senza sapere una parola di inglese sbarcai a Manhattan».

In Occidente matura anche la volontà di cambiare sesso e di farlo nel proprio paese. Quando nel 1989 la borsa di studio scade, in Cina sono i giorni terribili di Tienanmen. Jin Xing resta in Occidente per qualche tempo. Poi torna e sulla decisione di cambiare sesso si scontra con la madre che nel frattempo ha divorziato. Fra marzo e aprile del 1995 la professoressa Yang Peiying, la prima a realizzare interventi di cambiamento di sesso in Cina, lo sottopone a tre operazioni in otto settimane. Gli ultimi giorni dell'ex colonnello da maschio sono testimoniati da un video amatoriale realizzato da un amico. Si vede la madre sulla porta di casa in lacrime che lo saluta, mentre lui ventottenne, con le lacrime che gli scivolano sul viso, va in macchina verso l'ospedale. Dopo l'operazione resterà fermo, paralizzato per molti mesi per un blocco della circolazione sanguigna.

Oggi Jin Xing dirige la sua compagnia di danza moderna a Shanghai. È sostenuto dal partito comunista cinese, con cui discute di finanziamenti e programmi. Il funzionario di partito di Shanghai, Bonko Chan, dice: «È una grande artista, non ci importa la sua sessualità», Intanto Jin Xing è in qualche modo diventata mamma, si occupa di un neonato adottato da sua madre e a chi gli chiede quali sogni ha per il piccolo risponde: «Avrà i propri sogni e io li sosterrò come mia madre ha fatto con i mei». Ormai artista affermata, diversifica la propria attività: gira un film d'azione nella Corea del Sud, è protagonista di un videogame alla Lara Croff (grazie a tutto quello che ha imparato nell'accademia di danza acrobatica) e dichiara felice: «Tutto quello che sono oggi è stato un sogno della mia fanciullezza. Non bisogna mai arrendersi».

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26/06/2005 - Corriere della Sera
SE L'AGENTE JOHN DIVENTA MISS JUNE
"Le cose stanno così - ha spiegato di fronte agli sguardi increduli dei colleghi - ho cambiato legalmente sesso e nome e da ora in poi chiamatemi June anche all'appello".

NEW YORK - I colleghi della New York Police Department (Nypd), il leggendario corpo di polizia newyorchese immortalato da serie televisive quali "Nypd Blue", "Law and Order" e "Csi" hanno scoperto la metamorfosi per caso. Quando, durante un appello dei presenti ad una riunione operativa presso il commissariato centrale di Queens, il sergente John Lo ha enunciato il proprio nome. "June Low, presente, Sir", ha detto come se nulla fosse la neo-poliziotta che fino a quel giorno tutti avevano chiamato John, Giovanni. "Le cose stanno così - ha spiegato di fronte agli sguardi increduli dei colleghi - ho cambiato legalmente sesso e nome e da ora in poi chiamatemi June anche all'appello".

Dopo alcuni attimi di sbigottimento è seguito uno scroscio di applausi. Tutti i presenti si sono avvicinati alla collega per esprimerle solidarietà e dare così il benvenuto a quello che secondo i media è il primo agente transessuale nella storia della polizia newyorchese.

"Sono stati tutti molto comprensivi e ne sono davvero felice", ha commentato più tardi la 31enne June Low, che continuerà a lavorare nel Queens, con le stesse mansioni. L'agente Low non ha voluto commentare ulteriormente la propria vicenda, promettendo però che "presto racconterò pubblicamente cosa ha significato l'esperienza di cambio di sesso".

L'annuncio ha avuto un effetto positivo sull'immagine globale del Nypd, reduce da anni di scandali e desideroso di scrollarsi di dosso la fama di razzismo, intolleranza e machismo che lo affligge. "Uno dei ragazzi mi ha chiesto se poteva continuare a chiamarmi J.Lo", ha spiegato June, "il diminutivo affettuoso che ricorda quello di Jennifer Lopez, con cui i colleghi mi avevano da sempre interpellato".

La sua decisione è stata avvallata senza intoppi anche dai superiori, che le metteranno a disposizione uno spogliatoio tutto suo, praticamente privato. E se almeno un paio di serie poliziesche TV stanno già considerano di integrare il caso nella loro trama, Manuela Arcuri e la fiction "Carabinieri" dovrebbero subito prenderne nota.

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25/06/2005 - Il Giornale di Brescia
STRANA STORIA A LIETO FINE DI UN CALCIATORE TRANSESSUALE
Una calciatrice transessuale di 47 anni, che gioca nel campionato della Tasmania, ha ottenuto dalla Federcalcio australiana il permesso ufficiale di giocare in una squadra femminile ...


SYDNEY- Una calciatrice transessuale di 47 anni, che gioca nel campionato della Tasmania, ha ottenuto dalla Federcalcio australiana il permesso ufficiale di giocare in una squadra femminile nonostante le proteste di tre squadre rivali. Da quando aveva iniziato a giocare nella Clarence United, Martine Delaney si era rivelata un'ottima recluta, dominando la classifica cannonieri e guidando la sua squadra dalla terza alla prima divisione. Ma per alcuni dei manager uomini delle altre squadre il suo aspetto e lo stile di gioco sembravano stranamente familiari. Poi tutto è apparso chiaro: Martine era una volta Martin, forte attaccante del Metro Claremont, una squadra maschile di prima divisione. Delaney, che e diventata legalmente donna due anni fa dopo aver subito l' operazione di riassegnazione del sesso, ha dovuto fornire una documentazione che verificasse il suo status femminile, negli stessi termini richiesti dal Cio, dopo i reclami presentati da tre squadre a Soccer Australia. «La Federazione non aveva mai affrontato prima la questione, ed ora ha dovuto definire la sua linea in materia. È un autogol per chi protestava, ed è un precedente importante per lo sport » ha detto la calciatrice, che a Hobart dirige un servizio di supporto per gay, lesbiche, transessuali e bisessuali. E nonostante la sua solida struttura fisica, Delaney nega di avere alcun vantaggio fisico sulle altre calciatrici, perche è piu avanti negli anni e perche ha perduto molta massa muscolare e potenza dopo il trattamento con estrogeni. «Un sacco di donne con cui ho giocato sono assai piu grandi e piu forti di me», ha assicurato. Il Gruppo per i diritti dei gay e delle lesbiche della Tasmania si e congratulato con la Federcalcio australiana calcio ed ha elogiato il coraggio della Delaney per aver parlato pubblicamente di sè e dei problemi dei transessuali.

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25/06/2005 - La Gazzetta del Mezzogiorno
MARTIN DIVENTA MARTINE "GIOCHERA' TRA LE DONNE"
La federcalcio australiana dice sì a una transessuale. Una calciatrice transessuale di 47 anni, che gioca nel campionato statale della Tasmania, ha ottenuto dalla Federcalcio australiana il permesso ufficiale di giocare in una squadra femminile.


SYDNEY Una calciatrice transessuale di 47 anni, che gioca nel campionato statale della Tasmania, ha ottenuto dalla Federcalcio australiana il permesso ufficiale di giocare in una squadra femminile nonostante le proteste di tre squadre rivali, creando un precedente nazionale per l'Australia. Da quando aveva iniziato a giocare nella Clarence United, Martine Delaney si era rivelata un ottima recluta, dominando al classifica cannoniere e guidando la sua squadra dalla terza alla prima divisione. Ma ad alcuni dei manager (uomini) delle altre squadre il suo aspetto e stile di gioco sembravano stranamente familiari. Poi tutto è apparso chiaro: Martine della Clarence United era una volta Martin, forte attaccante del Metro Claremont, una squadra maschile di prima divisione, dove ha giocato dagli anni '70 fino all inizio degli anni '90. Delaney, che è diventata legalmente donna due anni fa dopo aver subito l'operazione di riassegnazione del sesso, ha dovuto fornire documentazione che verificasse il suo status femminile negli stessi termini richiesti dal Comitato olimpico internazionale, dopo i reclami presentati da tre squadre a Soccer Australia (la federcalcio australiana). «La nostra federazione non aveva mai affrontato prima la questione - ha detto la calciatrice -, ed ora ha dovuto definire la sua linea in materia. È un autogol per chi protestava, ed è un precedente importante per lo sport». «Quel che piu conta, e che conferma la necessità di battersi per i diritti della persona, qualunque sia la sua identificazione di genere», ha proseguito la calciatrice, che a Hobart dirige un servizio di supporto per gay, lesbiche, transessuali e bisessuali. E nonostante la sua solida struttura fisica, Delaney nega di avere alcun vantaggio sulle altre calciatrici, perché è più avanti negli anni e perché ha perduto massa muscolare e potenza a seguito del trattamento con estrogeni: «Un sacco di donne con cui ho giocato - ha detto sono molto più grandi e più forti di me».

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23/06/2005 - La Padania
REGOLARIZZATO IL VIADO CHE SI SPOSA
Sentenza della Cassazione contro il ministero dell'Interno
Niente espulsione per gli extracomunitari transessuali - dediti alla prostituzione - che sposano una donna italiana...

Roma - Niente espulsione per gli extracomunitari transessuali - dediti alla prostituzione - che sposano una donna italiana.

Lo sottolinea la Cassazione respingendo il ricorso presentato dal Ministero dell'Interno contro Liony Messias D.O., un viado sudamericano che, per sottrarsi al foglio di via, si è sposato con Fulvia L., una donna italiana molto più anziana di lui.

Il questore di Massa, nel luglio 2002, aveva respinto la richiesta dello straniero di ottenere il permesso di soggiorno “per motivi familiari”, invocati da Liony in ragione del matrimonio contratto con Fulvia L. e celebrato nel giugno 2000.

Secondo l'autorità di polizia, l'uomo era un “transessuale dedito alla prostituzione” e le sue nozze erano solo un escamotage di facciata per rimanere in Italia e continuare l'attività di “lucciola”.

Contro il provvedimento questorile, Liony si era rivolto al Tribunale di Massa che, nel dicembre 2002, aveva stracciato il foglio di via in quanto - in base alla legge sull'immigrazione - “è vietata l'espulsione dello straniero convivente con coniuge italiano”.

Il ministero dell'Interno - però - non è rimasto a guardare e ha reclamato alla Corte di Appello di Genova sostenendo che Liony andava espulso perchè il suo matrimonio era “fittizio” e lui era un “maschio solo dal punto di vista anagrafico”, dato che “era in realtà di sesso femminile”.

A riprova delle sue deduzioni, il Viminale aggiungeva che - per di più - quella coppia irregolare conduceva una “convivenza discontinua” dato che l'attempata Fulvia lo andava a trovare una volta al mese e risiedeva in altra città. Queste osservazioni non hanno fatto breccia: i magistrati dell'appello hanno bocciato, nel 2003, il ricorso del ministero rilevando che “nessun rapporto di polizia era idoneo a smentire la veridicità del matrimonio dello straniero con una cittadina italiana, mentre la continuità delle vita comune non escludeva periodi di lontananza tra i coniugi, giustificati anche da motivi di lavoro, e non era dimostrata la circostanza che lo straniero fosse di sesso femminile”.

Contro l'ennesima disfatta il Viminale ha tentato l'ultima carta e si è appellato in Cassazione.

Senza successo.

I supremi giudici - con la sentenza 13165 - hanno, infatti, confermato che Liony non può essere espulso e hanno condannato il ministero a rimborsargli 2.100 euro per le spese legali.

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23/06/2005 - Il Tirreno
VIADO SI SPOSA ED EVITA L'ESPULSIONE
Si era sposato nel giugno 2000 con una donna molto più anziana di lui. Un escamotage, secondo la questura di Massa, per ottenere il permesso di soggiorno. Che non gli era stato concesso.... Ora la Cassazione ha chiuso la vicenda. Per lui non ci sarà nessun provvedimento di espulsione.

MASSA. Si era sposato nel giugno 2000 con una donna molto più anziana di lui. Un escamotage, secondo la questura di Massa, per ottenere il permesso di soggiorno. Che non gli era stato concesso. Perciò un viado sudamericano, Liony Messias D.O., era ricorso al tribunale di Massa che aveva ritenuto illegittimo il provvedimento del questore Giuseppe Mastrogiovanni. Ora la Cassazione ha chiuso la vicenda.

Per lui non ci sarà nessun provvedimento di espulsione. Così ha deciso la Suprema Corte. I giudici di terzo grado hanno infatti respinto definitivamente il ricorso presentato dal ministero dell'interno contro il viado, sposato con Fulvia L., una donna italiana molto più anziana di lui.

Il questore di Massa, Giuseppe Mastrogiovanni, nel luglio 2002, aveva respinto la richiesta dello straniero di ottenere il permesso di soggiorno «per motivi familiari», invocati da Liony in ragione del matrimonio con la donna. Secondo l'autorità di polizia, l'uomo era un «transessuale dedito alla prostituzione» e le sue nozze erano soltanto un escamotage di facciata per rimanere in Italia e continuare a svolgere l'attività di lucciola.

Contro il provvedimento Liony si era rivolto al Tribunale di Massa che, nel dicembre del 2002, aveva stracciato il foglio di via in quanto - in base alla legge sull'immigrazione - «è vietata l'espulsione dello straniero convivente con coniuge italiano». Il ministero dell'interno però non è rimasto a guardare e si è rivoltto alla Corte d'appello di Genova sostenendo che Liony andava espulso perché il suo matrimonio era «fittizio» e lui era un «maschio solo dal punto di vista anagrafico», dato che «era in realtà di sesso femminile». A riprova delle sue deduzioni, il Viminale aggiungeva che - per di più - quella coppia irregolare conduceva una «convivenza discontinua» dato che l'attempata Fulvia lo andava a trovare appena una volta al mese e risiedeva in un'altra città.

Queste osservazioni non hanno fatto breccia: i magistrati della Corte d'appello, nel 2003, hanno bocciato il ricorso del ministero rilevando che «nessun rapporto di polizia era idoneo a smentire la veridicità del matrimonio dello straniero con una cittadina italiana, mentre la continuità delle vita comune non escludeva periodi di lontananza tra i coniugi, giustificati anche da motivi di lavoro, e non era dimostrata la circostanza che lo straniero fosse di sesso femminile».

Contro l'ennesima sconfitta giudiziaria il Viminale ha tentato l'ultima carta e si è appellato alla Corte di Cassazione. Senza successo. I supremi giudici - con la sentenza 13165 - hanno, infatti, confermato che Liony non può essere espulso e hanno condannato il ministero a rimborsargli 2.100 euro per le spese legali.

La sentenza fa giurisprudenza, affermando il principio che non possono essere espulsi dal territorio nazionale gli extracomunitari transessuali - anche se dediti alla prostituzione - che sposano una donna italiana.

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15/06/2005 - Corriere del Veneto - Francesca Visentin
DIVENTA UN FILM LA STORIA DI MARA, TRANSESSUALE
Padova: la troupe l'ha ripresa sul lavoro e in famiglia per testimoniare i problemi della quotidianità

PADOVA Dieci anni fa quando rivelò alla famiglia la decisione di trasformarsi nella farfalla che sentiva di essere, diventare donna, la reazione del padre fu più sferzante di uno schiaffo: « Fatti curare » . Quel padre, magistrato tra i più noti d'Italia, simbolo di rigore, era l'ex procuratore nazionale antimafia Bruno Siclari, da sempre in prima linea nei processi per strage e nelle inchieste sui delitti di mafia.

Lei, Mara per scelta, ma uomo per l'anagrafe, da allora ha iniziato un difficile percorso per affermare ciò che sentiva di essere. Oggi Mara Siclari, 43 anni, due figli, manager in una nota compagnia di assicurazioni, responsabile dell'Ufficio Nuovi Diritti della Cgil del Veneto, transessuale dichiarata, vive senza nascondersi. E aiuta ogni giorno molte altre persone nel Veneto a combattere contro le discriminazioni e il mobbing. La sua storia diventerà un film, finanziato in parte anche dalla Cgil nazionale, per la regia di Bruno Bigoni, l'autore di tante serie tivù, tra cui « La squadra » per la Rai. La troupe di Bigoni ha seguito Mara sul lavoro, in famiglia, nella quotidianità. « Il film vuole dimostrare come nel Nord Est una transessuale può condurre una serena vita familiare » , sottolinea Mara. Settimane di girato condensate in 50 minuti di pellicola, prima l'esordio al festival del cinema di Venezia, poi l'approdo televisivo ( in fase di trattativa), per diventare testimonianza davanti al grande pubblico. « Prima della trasformazione ho sempre vissuto con un profondo senso di disagio racconta Mara facendo quello che facevano gli altri uomini, compreso il militare. Tentavo di rispondere alle aspettative dei miei genitori. Sono andata avanti così per anni, sempre infelice » .

Poi la consapevolezza ha avuto il sopravvento, c'è stata la svolta, vissuta alla luce del sole. « Avrei potuto sparire, vivere la mia vita come donna lontano, in un'altra città. Invece sono rimasta, ho affrontato tutto e tutti » . Oggi a Padova dalle 16,30 in sala Anziani a palazzo Moroni il convegno regionale dell'Ufficio Nuovi Diritti Cgil su « Identità di genere e transessualismo: nuovi diritti e lavoro » . A confronto psicologi, ricercatori, enti locali, associazioni.

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12/06/2005 - Gaynews.it - Beppe Ramina
INDIA: 300 TRANSESSUALI HANNO DANZANTO PER LE DIVINITÀ
Ogni anno, sono circa 700.000 le persone partecipano alla festa.

Circa trecento hijra, una dizione nella quale in India vengono comprese le persone transessuali, travestite e gli eunuchi, si sono radunati sabato scorso a Sambalpur, nello stato di Orissa per danzare alla cerimonia che ricorda le nozze delle divinità induiste Shiva e Parvati e liberarsi così dei propri peccati. La “Sital Sashti”, questo il nome della festa, dura tre giorni e si tiene ogni anno. Ad essa si danno appuntamento transessuali che provengono da stati lontani, come il Chhatisgarh e il Madhya Pradesh. A centinaia danzano davanti al carro che porta le rappresentazioni delle divinità al ritmo di cimbali e percussioni e accompagnati da fuochi d'artificio. “E' la sola occasione che abbiamo per danzare davanti alle nostre divinità e liberarci dei nostri peccati”, spiega al “Times of India” Kalakanhu Sahu, un eunuco che proviene da un villaggio vicino. Ogni anno, sono circa 700.000 le persone che partecipano alla festa.

Hijra, letteralmente, sta a significare “né uomo, né donna”. Di loro si parla anche in riferimento al dio Rama il quale, recandosi per 14 anni in esilio nella foresta, addentrandovisi congedò gli abitanti di Ayodhya dicendo loro che “nessun uomo e nessuna donna” avrebbe dovuto attenderlo e di tornare alle loro abitazioni. Al suo ritorno, tuttavia, trovò ad accoglierlo ai margini della foresta una comunità formata da hijra i quali, ricordando le sue parole, dissero che non essendo né uomini né donne non erano potuti tornare nella città e avevano costituito lì il loro villaggio. Gli hijra in India e in Pakistan, induisti o musulmani che siano, pur essendo tenuti ai margini della società hanno funzioni simili a quelle dei “femminielli” napoletani: la loro presenza è ritenuta necessaria in alcuni importanti momenti sociali, quali nascite, matrimoni, circoncisioni e si dice che ignorarne la presenza porti sfortuna. Da qualche tempo gli hijra si sono organizzati in movimenti per la difesa dei loro diritti umani.

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03/06/2005 - L'Unità - Linda Chiaramonte
"HO CAMBIATO SESSO, ECCO LA MIA NUOVA VITA"
Il racconto di Simone, nato donna e diventato uomo a Bologna. La sua esperienza diventerà un film

Bologna - LA STORIA DI SIMONE, 36 anni, inizia tanti anni fa, quando ne aveva appena 3 o 4 e già nei suoi ricordi c'era un forte disagio per un corpo e una psiche che non coincidevano: sentirsi maschio ed essere smentito da un corpo femminile. Già, perché Simone è nato femmina, ma fin dall'inizio in quei panni ha faticato a riconoscersi. Solo 3 mesi fa ha affrontato un lungo intervento al S. Orsola per cambiare sesso. Il percorso che lo ha portato a questa decisione è stato lungo e doloroso.

Facciamo un salto nel passato. Simone ha alle spalle una famiglia come tante, mamma commerciante, padre insegnante, una sorella poco più grande. Vive in un paese di 500 anime in provincia di Pisa, lì non ci vorrà molto perché la gente lo consideri strano. Così Simone si chiude in se stesso trascorrendo l'infanzia e l'adolescenza in casa, isolato, senza contatti e amicizie, ad eccezione delle ore trascorse a scuola. In tutti questi anni cresce in lui la fatica e l'angoscia di sentirsi fuori posto. Fino a 27 anni nega anche a se stesso il suo transessualismo.

Finiti gli studi classici, il suo amore per il cinema gli offre la possibilità di scappare dal paese e da quell'ambiente soffocante e così approda a Bologna per frequentare il Dams. In quegli anni comincia a vivere le prime esperienze sentimentali con partner femminili, senza aver ancora elaborato la scelta di transitare. Nel '97 inizia una terapia psicologica, dopo due anni di analisi prende coscienza della sua condizione. Nel '99 i primi colloqui preliminari con le assistenti sociali del Mit di Bologna, movimento identità transessuale. Alla fine del '99 gli operatori del centro cominciano un'indagine sull'identità, che si traducono in mesi di colloqui e test di vita reale, affiancati da una prima terapia ormonale. È in questi anni che comincia a parlare di sé al maschile. «In realtà - racconta - transitare da donna a uomo è più facile e passa più inosservato rispetto al passaggio uomo-donna. Inoltre Bologna è una città abbastanza aperta, anche per questo non mi sono sentito particolarmente discriminato». Nel 2002 la terapia ormonale diventa più forte con l'effetto che l'immagine che Simone ha di sé inizia a coincidere con quella del corpo. Un percorso durato 4 anni e sfociato nel 2003 nella decisione dell'operazione. Da quel momento sono trascorsi altri due anni, fatti di passaggi burocratici, documentazioni e richieste di autorizzazione al tribunale prima di sottoporsi all'intervento nel febbraio scorso. Nove ore di sala operatoria che hanno segnato per Simone il transito avvenuto. Simone definisce così la sua esperienza: «Mi sono spezzato per diventare uno, il dolore psichico dopo l'operazione è diventato fisico; uno dei pochi casi in cui si entra in ospedale sani fisicamente ma provati psicologicamente e se ne esce fisicamente doloranti ma psicologicamente risollevati. Ti senti macellato nel fisico, ma per tua scelta». Il primo impatto con il «nuovo» corpo è stato graduale, le medicazioni hanno rimandato il momento della verità. Al primo sguardo senza bende c'è stata una forte commozione «i confini del mio corpo sono cambiati, sono precipitato in un corpo come me lo sono sempre immaginato, ma con la sensazione che non è il mio ed è il mio allo stesso tempo. Come una carta geografica rifatta. Un cambio di dimensione di vita, una trasformazione che ho sperimentato sulla mia carne. Ho vissuto un lutto, è stato cancellato tutto il mio passato e la complessità con cui ho convissuto tutti questi anni, ma non provo nessuna nostalgia». Ora, dopo tre mesi di convalescenza, il tribunale ne impiegherà almeno sei, se non un anno, per concedergli i nuovi documenti al maschile. Simone, aspirante regista, nel 2000 ha deciso di filmare con la sua telecamera digitale questa lunga e faticosa avventura. Lui, che per lavoro vive fra le pellicole, è restauratore cinematografico alla Cineteca di Bologna, ha cominciato proprio da questo progetto riprendendo i momenti salienti del suo transito. Ora il suo mediometraggio autoprodotto è in fase di montaggio, in vista di girare per i festival.

Con il «Progetto Trans» operate 80 persone in due anni

Il Centro di Bologna ha il più alto numero di utenti in Italia. Le spese sono coperte dal Ssn

IL PROGETTO TRANS, nato nel 2001, è uno dei progetti del centro per la tutela della salute sessuale dell'ospedale Sant'Orsola. Dal 2003 nel

centro interdipartimentale si può cambiare sesso. Nell'attività sono coinvolte la clinica di urologia guidata dal professor Giuseppe Martorana, quella di ginecologia e ostetricia del professor Giuseppe Pelusi, e di chirurgia plastica del professor Paolo Morselli. Responsabile del Progetto Trans è la dottoressa Cristina Meriggiola, ginecologa ed endocrinologa. Il progetto è nato dalla collaborazione tra azienda ospedaliera Sant'Orsola-Malpighi, Università di Bologna e Regione Emilia Romagna. Da quando è operativo le persone sottoposte ad intervento sono circa 80, ripartite fra i diversi reparti. Le liste d'attesa sono di alcuni mesi, ogni mese in media si esegue un intervento che prevede quattro o cinque giorni di degenza. Il transito da uomo a donna è più frequente rispetto a quello donna uomo.

La disforia sessuale, altro termine per intendere il transessualismo, riguarda tutti coloro che nascono con un sesso biologico maschile o femminile, con ormoni e corredo cromosomico regolare, ma che sentono di appartenere all'altro sesso. Le tappe obbligate di questo lungo iter prevedono l'analisi psicologica e pesanti terapie ormonali per adeguare l'aspetto fisico sviluppando i caratteri dell'altro sesso e facendo regredire quelli di appartenenza. Tappa importante è la prova di vita reale, periodo in cui con comportamenti, vestiti e modi di fare dell'altro sesso il trans cerca di farsi accettare dalla società. È raro, ma può capitare, che dopo questa prova qualcuno torni sui suoi passi.

Infine, l'aspetto più propriamente burocratico con la domanda al tribunale per l'autorizzazione all'intervento chirurgico. Questo comporta per le donne l'asportazione di seno, ovaie e utero e per gli uomini di pene e testicoli. All'uomo viene ricostruito l'organo genitale femminile, alla donna quello maschile. In questo però la chirurgia plastica è ancora indietro, e spesso i pazienti evitano la ricostruzione.

È il sistema sanitario nazionale a coprire le spese, grazie al riconoscimento dell'azienda ospedaliera di Bologna l'operazione è convenzionata. L'ultimo passaggio che chiude questo lungo percorso di transito è il cambio anagrafico delle generalità.

Il progetto di Bologna, con il lavoro del Mit (movimento identità transessuale) prima e del S. Orsola poi, vanta il più alto numero di utenti, oltre ad essere il più completo a livello nazionale. È l'unico infatti a seguire tutto il percorso del transito, dall'aspetto psicologico, a quello endrocrinologico fino a quello chirurgico. A conferma di questo il riconoscimento dell'associazione Harry Benjamin, il più importante istituto mondiale per gli studi sull'identità di genere, che il mese scorso ha scelto proprio Bologna per organizzare il congresso mondiale. l.c.

Il consultorio del Mit, unica struttura gestita da transessuali

IL MIT (movimento identità transessuale) di Bologna nasce alla fine degli anni Ottanta dopo una prima esperienza milanese sfilacciatasi all'indomani dell'approvazione della legge 164 dell'82 che disciplina il cambiamento di sesso.

È un'associazione formata da volontari che si fa carico delle problematiche legate all'identità di genere e della difesa dei diritti dei transessuali.

Nel '94 il Comune di Bologna gli procura una sede per il consultorio in difesa della salute e dell'equilibrio psicofisico dei suoi utenti, nello stesso anno la Regione Emilia Romagna stanzia un finanziamento per sostenere la sua attività.

Dal 2001 la struttura segue i transessuali durante la lunga terapia ormonale e psicologica avvalendosi di un'operatrice sociale incaricata della prima accoglienza, tre psicologhe, un'endocrinologa e un supervisore che coordina l'operato del centro.

Oggi è l'unico esempio in Italia, e non solo, di struttura direttamente gestita da transessuali. Da due anni è stata avviata una collaborazione con l'ospedale S. Orsola che rappresenta, con l'intervento chirurgico, l'anello conclusivo dell'iter di transito iniziato al Mit.

Intorno all'associazione ruotano circa 300 utenti provenienti, oltre che da Bologna e dalla regione, da tutto il centro nord. In città sono circa 250 i transessuali, di cui circa 150 inseriti lavorativamente, mentre gran parte lavora ancora sulla strada. «Negli ultimi 10 anni le cose sono migliorate, il mondo del lavoro è meno sbarrato di una volta», dice Porpora Marcasciano, vicepresidente del Mit impegnata allo sportello Cgil per l'inserimento al lavoro.

Sì, perché il Mit si occupa di tutti i servizi utili per i trans, dal lavoro all'assistenza legale, alla ricerca della casa, oltre ad offrire un centro di documentazione e di autoaiuto e a rappresentare un punto di incontro e socialità importante.

l.c.

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